La Madonna del Fiore
Ad Acquapendente ogni festa, ogni Pugnalone, ogni petalo del 15 maggio porta a un solo punto: lei. La Madonna del Fiore non è uno sfondo, è il cuore. Il miracolo del 1166, un ciliegio secco che torna a fiorire, è la radice da cui tutto germoglia: la libertà del comune, la statua, la chiesa, la festa.
Questa è la sua storia.
La chiesa che non c'è più
Fuori dalle mura di Acquapendente, oltre l’antica Porta della Madonna, sorgeva una piccola chiesa: Santa Maria del Fiore. La comunità l’aveva costruita a sue spese, nel luogo esatto dove la tradizione collocava il miracolo del ciliegio.
Era un edificio modesto ma curato, con un campanile a due campane e, sulla parete absidale, un affresco della Madonna con il Bambino. Nel 1463 fu affidata ai frati Servi di Maria, ordine giunto dal convento dell’Annunziata di Firenze. Il Consiglio del Comune accompagnò i frati nei lavori del convento adiacente: donò la calce, le pietre, persino la campana di Castel Nuovo con il patto di restituirla qualora la comunità ne avesse avuto bisogno.
I Servi di Maria restarono ad Acquapendente per quasi due secoli, fino al 1652.
La distruzione e l'edicola
Nel 1641 scoppia la prima guerra di Castro: le truppe farnesiane invadono Acquapendente, e molti edifici fuori le mura vengono demoliti per usare il materiale a rinforzo della cinta cittadina. La chiesa di Santa Maria del Fiore fu tra le vittime: nel 1643 venne in gran parte abbattuta, e dieci anni dopo i frati lasciarono definitivamente il paese.
L’affresco della Madonna venne segato dalla parete e portato in cattedrale. Un suo prezioso frammento sopravvive ancora oggi nella Basilica del Santo Sepolcro.
Sul luogo dove sorgeva la chiesa, oggi Via dei Cappuccini, fu collocata, nel 1966, un’edicola devozionale. Durante gli scavi di posa furono ritrovate le fondazioni, il campanile e tracce delle antiche tombe. Le sue parole sono diventate, nel tempo, un piccolo monumento della memoria aquesiana:
QUI FU PER MOLTI SECOLI
LA CHIESA DELLA MADONNA DEL FIORE
ERETTA DALLA COMUNITÀ
SUL LUOGO DEL PRODIGIO
DI QUI EBBE ORIGINE
LA LIBERTÀ COMUNALE DI ACQUAPENDENTE
1166 — XV MAGGIO 1966
La festa, secoli fa
Già dalla fine del Cinquecento la festa del 15 maggio era un evento di grande respiro. Per la solennità delle funzioni si invitavano sacerdoti diocesani e frati di altri ordini. Cantori, trombetti, tamburini, pifarai: la giornata si gonfiava di voci e di musica.
Le celebrazioni cominciavano la sera della vigilia con il canto dei vespri, alla presenza delle autorità del comune e delle corporazioni di arti e mestieri. La mattina seguente si svolgeva una seconda processione, riservata ai coltivatori della terra: portavano in corteo la statua e bastoni ornati di fiori, et biscotti, et cose rusticali.
Nel 1580 Papa Gregorio XIII concesse un’indulgenza plenaria ai fedeli che avessero visitato la chiesa il 15 maggio: un riconoscimento solenne, da Roma, per una festa che era già radicata da secoli.
La statua
La statua che oggi i fedeli venerano nella chiesa di Santa Vittoria ha una storia tutta sua, intrecciata con la materia stessa del miracolo.
Secondo la tradizione, il tronco del ciliegio che fiorì nel 1166 fu custodito gelosamente nel tempo, e portato inizialmente in processione vestito di abiti veri di seta, con una testa e braccia applicate. Verso la metà del Settecento, però, si decise di trasformarlo in una vera scultura.
L’incarico fu affidato a Giovanni Bulgarini di Piancastagnaio, già autore delle statue degli apostoli per la chiesa di San Francesco e dell’urna dorata della Madonna Immacolata nella Basilica del Santo Sepolcro. Bulgarini scolpì la statua nel 1751, in legno di castagno, alta 160 centimetri.
Ma fece qualcosa di più. Non eliminò il tronco originario: lo incastonò all’interno della statua, dai piedi al collo, come una reliquia segreta.
La Madonna indossa un abito dorato con rose dipinte e un manto azzurro. Con la mano destra sorregge un grappolo di ciliegie, riferimento esplicito al miracolo, e con il braccio sinistro il Bambino benedicente, che tiene in mano un piccolo uccellino. Entrambi hanno una corona dorata sul capo.
Esiste una copia ottocentesca della statua, oggi nella cappella del Sacramento della Cattedrale. La sua base reca un’iscrizione che è quasi un sigillo poetico: “Flores mei fructus honoris” — “I miei fiori, frutti d’onore.”
Per quasi novecento anni la festa della Madonna del Fiore non si è mai interrotta.
Nel 2066, qualcuno scriverà un'altra ode. Qualcun altro porterà un Pugnalone. Lei, intanto, sarà ancora lì, con il suo grappolo di ciliegie nella mano destra, e dentro il petto, l'antico legno che fiorì.
Curiosità d'archivio
I baiocchi della festa
Il registro delle spese del convento (1588-1603) restituisce uno spaccato vivido di come si organizzava la festa del 15 maggio. Tra i tanti appunti minuti:
“Maggio 1599: a dì 10 Giovanni Cetoraro e Angelo de Basilio portorno 4 some di frasche e verdura per la festa nostra: li diedi baiocchi 35, e baiocchi 3 spesi per la merenda.”
Quattro carichi di fronde e verdura per addobbare la chiesa, pagati 35 baiocchi. Più tre baiocchi di merenda per chi aveva fatto il lavoro.
La campana in prestito
Quando nel 1463 i Servi di Maria si insediarono a Santa Maria del Fiore, i frati non avevano una campana. Il Consiglio del Comune gliene prestò una — la campana della torre di Castel Nuovo — con il patto di restituirla qualora la comunità ne avesse avuto bisogno. Un piccolo gesto che racconta l’intero rapporto tra città e convento.
I cantori arrivati da fuori
Per la solennità delle funzioni, i tre o quattro frati di Santa Maria del Fiore si facevano aiutare da musicisti e religiosi provenienti da Ischia di Castro, Montefiascone, Viterbo, Orvieto. Dal registro del maggio 1596:
“Spesi per li sopranominati Padri, per giorni tre… in dui capretti baiocchi 60, in pepe baiocchi 5, in zafarano baiocchi 3, in due coradelle da far colatione a trombetti, a tamburini et pifarai et balii spesi baiocchi 8.”
Ospiti, capretti, zafferano, trombetti e pifferai. La festa di maggio, già allora, non era una cosa da poco.
Quando la festa cadeva di venerdì
“A dì 15 venerdì fu la nostra festa: si spese per mano del P. Maestro, in pescie baiocchi 15 et in spinace baiocchi 3. A dì 17 si fece il desinare alli religiosi che offitiorno la nostra chiesa il di della festa; spesi in un capretto baiocchi 20.”Pesce e spinaci il giorno della festa, capretto la domenica. La devozione, ma anche la pancia, andava rispettata.
L'indulgenza di Gregorio XIII
Con un breve datato 15 aprile 1580, Papa Gregorio XIII concesse un’indulgenza plenaria ad quinquennium a chiunque, visitando la chiesa di Santa Maria del Fiore il 15 maggio, avesse pregato “per la pace dei principi cristiani, per la estirpazione delle eresie e per la tranquillità della Chiesa.” Un riconoscimento da Roma per una festa che era già radicata da secoli.
La testimonianza di Padre Chierici
“Io ne ho estratto qualche piccolo pezzo dalla medesima Statua ed ho veduto essere sicuramente legno di Ceraso, che conservo presso di me per mia divozione.”
L'iscrizione alla base della statua
Sul piedistallo della statua originale, già citata negli Annali dei Servi di Maria del 1622, è incisa un’iscrizione latina che tramanda ufficialmente la storia del miracolo:
D. O. M.
Simulacrum hoc illa Ceraso incisum,
quae jam arida per B. M. V. statim floruit fructus
dedit et tranquillitatem Aquensi Populo auspicata est.
Anno D.ni MCLXVI
sedente Alexandro PP. III
Tradotto: “A Dio Ottimo Massimo. Questa effigie fu scolpita da quel Ciliegio che, ormai secco, per intercessione della Beata Vergine Maria immediatamente fiorì, diede frutti e portò pace al Popolo Aquesiano. Nell’anno del Signore 1166, sotto il pontificato di Alessandro III.”
La copia ottocentesca e il suo motto
“FLORES MEI FRUCTUS HONORIS “I miei fiori, frutti d’onore.”
Le grandi celebrazioni centenarie
1766 — VI Centenario. Solenni celebrazioni di cui ci sono giunti documenti d’archivio.
1866 — VII Centenario. Fu stampato un opuscolo con inni e composizioni poetiche, tra cui un inno di ventitré sonetti composto dal canonico Vincenzo Pini.
1966 — VIII Centenario. L’anno dell’edicola di Via dei Cappuccini. Tra le molte odi composte per l’occasione, particolarmente memorabile fu quella della poetessa Aurelia Segati Fantera.
Fonte: “Un fiore per la Libertà” – Marcello Rossi, 2016